Pininfarina: il suo futuro parlerà indiano

Pininfarina: il suo futuro parlerà indiano

Pininfarina: il suo futuro parlerà indiano

La Pininfarina, uno dei gioielli italiani dell’ingegneria e del design, passa di mano. È stata acquisita da TechMahindra (branca tecnologica del gruppo indiano Mahindra).

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La Pininfarina, celeberrima “carrozzeria” fondata nel 1930 da Battista Farina, detto Pinin ovvero Giuseppino in piemontese, nota nel mondo per aver firmato tra gli altri i gioielli di Alfa Romeo e Ferrari, entra nell’orbita del colosso indiano Mahindra.

La Pincar, la holding della famiglia che controlla il 76% di Pininfarina, ha firmato un accordo di investimento con gli indiani. Nel dettaglio, Mahindra & Mahindra e TechMahindra acquisteranno tutte le azioni ordinarie Pininfarina detenute da Pincar, per 1,10 euro per azione, per un totale di circa 25 milioni di euro; le azioni sono attualmente in pegno alle banche e saranno liberate da tale vincolo alla chiusura dell’accordo. Gli investitori lanceranno quindi un’offerta pubblica totalitaria sulle azioni ordinarie Pininfarina sul mercato, allo stesso prezzo di compravendita delle azioni detenute da Pincar, raggiungendo circa 30 milioni di operazione. A quel punto scatterà l’aumento di capitale, per gli altri 20 milioni.

Certo questo pone fine a un decennio di bilanci in sofferenza. Un periodo che aveva portato di fatto le banche a controllare l’azienda, fino a quando, nel 2009, è stato dato ufficialmente mandato a vendere.

Come ha dichiarato il presidente e nipote del fondatore, Paolo Pininfarina, l’accordo con “un partner industriale solido e globale” permette di “rafforzare l’identità della società, che è e rimarrà italiana” mentre “i soldi non hanno passaporto”. Ma resta l’amaro in bocca nel dover constatare che un altro simbolo del “saper fare italiano” passa in mani “straniere”.

La prima volta che ho visto una Mahindra è stato nel 2005 al Salone di Ginevra. Era un SUV, dal nome curioso: Bolero, guardato un po’ dall’alto in basso dagli altri blasonati produttori presenti, che ritenevano gli “Indiani” una sorta di parvenu nel salotto buono dell’auto.

Pochi sapevano che Mahindra era il maggiore costruttore indiano di SUV e si apprestava a giocare da protagonista sulla scena mondiale dell’automotive. Prima un accordo commerciale siglato con Renault per la vendita di auto low-cost, poi le offerte per l’acquisizione d’importanti marchi come Jeep, Jaguar e Land Rover. L’impegno in queste operazioni non è andato a buon fine, mentre è riuscito perfettamente il salvataggio della coreana SsangYong.

Mahindra rappresenta il nuovo che avanza, il produttore globale che punta a enormi profitti nei mercati emergenti di cui proprio l’India è una delle capofila, ma che nel contempo vuole ed ha bisogno di farsi valere anche tra i grandi costruttori le cui radici affondano nella stessa storia dell’automobile. Ecco dunque la necessità di fregiarsi di un simbolo prestigioso, quella “F” che spicca dal 1930 sulle carrozzerie delle più belle auto del mondo.