Steve McQueen: una vita spericolata

Steve McQueen: una vita spericolata

Steve McQueen: una vita spericolata

Steve passava il proprio tempo libero a correre in moto tra le dune del deserto, cavalcava e sparava come un cowboy, ma aveva una classe e uno stile innati.

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Steve McQueen, l’ex ragazzo del riformatorio California Junior Boys Republic, cavalcava la moto come un cowboy, lanciandola al galoppo tra le dune, nell’antica terra dei Navajo, quegli indiani, ribelli, indomiti e fieri che tanto gli somigliavano.

Aveva imparato ad andare a cavallo da bambino nel ranch dello Zio Claude, laggiù nel Missouri, l’America rurale, rustica e profonda dove si ricordavano ancora le gesta della banda Jesse James, mitica icona di fine Ottocento della ribellione sudista. Steve maneggiava la Colt e cavalcava come Jesse. Nelle decine di pellicole western girate durante la sua carriera non ebbe mai bisogno di una controfigura. Ebbe davvero “una vita spericolata.”

Nato il 24 marzo 1930 a Beetch Grove nell’Indiana, non conobbe mai il padre. La madre lo affidò da piccolo a uno zio. Crebbe da solo, vivendo di espedienti e piccola delinquenza. Adolescente, sua madre si ricordò di lui solo per farlo internare in un Istituto governativo per ragazzi di strada. A diciassette anni decise di arruolarsi nel Corpo dei Marines. Fu sotto le armi che il giovane teppista subì una vera e propria metamorfosi diventando, nel vero senso della parola, un Eroe americano.

Durante una esercitazione al Circolo polare artico, il mezzo da sbarco sul quale era imbarcato urtò contro un banco di sabbia, molti dei suoi compagni finirono nelle gelide acque, Steve, dando prova di grande coraggio e sangue freddo, si tuffò, salvandone cinque dall’assideramento.

Congedatosi nel 1950, iniziò una vita di mille mestieri ed espedienti. Lavorò come tassista, piastrellista, ciabattino e persino fattorino in un bordello. Alla fine decise di tentare la carriera d’attore iscrivendosi alla Neighborhood Playhouse, che frequentò assiduamente per due anni.Per pagare la retta, piuttosto salata, guidava fino alle tre di notte un furgone postale, eppure, nonostante la stanchezza, puntuale, ogni mattina era in classe a studiare recitazione, con Huta Hagen e Herbert Berghof.

Lasciata la scuola, iniziò la carriera d’attore ottenendo un ruolo in una produzione teatrale yiddish. Nel 1955 entrò nel prestigioso Actor’s Studio di Lee Strasberg, a New York, dopo aver superato a pieni voti il provino d’ingresso, unico, assieme a Martin Landau, sui 2000 candidati che avevano tentato la sorte prendendo parte alla selezione.

Sul grande schermo Steve McQueen, prima che una forma di cancro fulminante al polmone lo stroncasse all’età di soli 50 anni, è stato il primo vero eroe del cinema d’azione. Il sorriso aperto, l’aria determinata, sobria, del duro silenzioso, hanno affascinato intere generazioni di giovani ribelli, rendendolo una delle più imitate e meno imitabili stelle di Hollywood.

Ben lontano dallo stile di vita degli altri divi, passava il tempo, fuori dagli impegni sul set, a correre in moto. Era una delle sue grandi passioni, le altre? Le donne, le auto, le armi, la birra Old Milwaukee e il peyote, la potente droga degli sciamani indiani. Non era tipo da stare troppo dietro a una ragazza. Era più il genere di uomo da una botta e via, fedele al motto: «una volta spenta la luce, sono tutte uguali».

Il sesso e i motori, anche se non necessariamente in quest’ordine, erano i suoi due oggetti del desiderio. A essi dedicava gran parte del tempo e da essi traeva un’enorme energia. Che stringesse tra le mani un manubrio o un volante poco importava, ciò che contava era andare forte, sempre più forte. Era una passione che lo consumava. Una vita di corse sfrenate non soltanto in pista ma anche sulle strade aperte al traffico.

Collezionava un incredibile numero di multe per eccesso di velocità. Andava sempre a manetta. Non poteva sopportare di arrivare secondo, aveva una specie di incapacità patologica a perdere. Diceva sempre che per lui non esistevano i “merdosi limiti di velocità da lumache”. Stirling Moss, uno dei pochi piloti a cui Steve era disposto a cedere il passo durante una corsa diceva di lui: «Va veloce, ma non ha alcuna disciplina, non sa nemmeno cosa vuol dire avere paura!».

La sua carriera di pilota in moto e in auto fu costellata da incidenti. Per quanto fosse bravo a guidare voleva sempre strafare, in pista come in strada. «Una bella moto me lo fa venire duro» diceva. Durante le corse sentiva che il mezzo lo sfidava a livello personale come una bella donna che ha deciso di farsi conquistare anche se non vuole ammetterlo.

Gli piaceva scorrazzare in moto sulle Baldwin Hills a petto nudo e con un nerbo di bue legato sul parafango posteriore, o sfrecciare per le strade di New York sulla sua Jaguar XK-SS, cappello Stetson, stivali da cowboy e un Winchester fissato sul cofano, la canna minacciosamente puntata verso chi osava attraversargli la strada.

Steve McQueen era in tutto e per tutto Mister Stelle e Strisce, come lo definì Stirling Moss. Aveva tutte le caratteristiche che la gente voleva vedere in un eroe americano. Life nei primi anni Sessanta lo definì: «Un tipo stravagante che combina la sfrontatezza di Cagney, lo sguardo torvo di Bogart e la lucentezza da diamante grezzo di Garfield».

Le strade americane si riempirono di cartelloni con McQueen vestito da moderno cowboy. Lui diceva che “non glene fregava un cazzo” dei vestiti, e di quelli eleganti in particolare. In realtà lanciò uno stile inconfondibile che non nacque per caso. Per esempio, quando voleva comprare dei jeans, pretendeva che l’amico e manager Jay Sebring andasse con lui e restasse finché non avesse scelto il modello che gli stava meglio, dopodiché ne comprava una dozzina di paia. La stessa cosa valeva per gli occhiali da sole, gli stivali, le camicie e le cinture. Tutti oggetti che divennero cult tra i giovani ribelli americani che, dopo il “Selvaggio” Marlon Brando, trovarono nel freddo Steve McQueen un nuovo idolo al quale ispirarsi.